Tancredi Bua, Balarm, 24 V 2026
NEI VIDEOCLIP DI NICOLOSI UNA SICILIA INEDITA
Un collettivo di professionisti che da più di dieci anni trasformano la Sicilia in mondi non convenzionali, altrimenti lontanissimi. L’intervista al regista catanese
Hanno trasformato i boschi alle pendici dell’Etna in fitte foreste da horror alla Sam Raimi o Lucio Fulci. Hanno preso un parco divertimenti nel catanese e l’hanno fatto diventare il suo corrispettivo sessantottino inglese e psichedelico, come nei primi videoclip musicali dei Beatles. Tramite i loro occhi, il centro storico di Palermo è diventato esoterico e maledetto come un film di Kenneth Anger (prima che lo facesse la miniserie Sky “Anna”, di Niccolò Ammaniti) e i calanchi di Centuripe sono stati trasformati nell’entroterra afghano in mano ai militanti talebani.
Si fanno chiamare Ground’s Oranges e sono un collettivo di professionisti del catanese che da più di dieci anni si diverte a trasformare la Sicilia in mondi altrimenti lontanissimi, e lo fa per i videoclip di Colapesce e Dimartino, dei Nu Genea (da pochissimo è uscito il loro video di “People of the Moon”), dei Baustelle, degli Zen Circus, di Carmen Consoli, di Max Gazzè, di Ermal Meta e di tantissimi altri artisti, sia siciliani sia nazionali.
La squadra, capitanata dal regista Zavvo Nicolosi, si compone del direttore della fotografia Jacopo “Gnomo” Saccà, il produttore esecutivo Dimitri Di Noto, l’aiuto regia Marco Riscica e l’ingegnere del suono Riccardo Nicolosi. Negli ultimi tre anni, ha preso a far parte del collettivo anche il regista Giovanni Tomaselli, arrivato al fianco di Nicolosi per i videoclip girati dopo “La primavera della mia vita”, il film che nel 2023 lanciò in sala Colapesce e Dimartino (e una Sicilia nascosta e ai più quasi ignota).
«Di base – racconta Zavvo Nicolosi, uno dei fondatori del collettivo – siamo appassionati di cinema che si divertono a fare quello che vogliono con quello che possono». Nei loro videoclip si riconoscono influenze che spaziano dal primo Wes Anderson al Wim Wenders di “Paris, Texas” o il David Lynch di “Cuore selvaggio”, dal Michelangelo Antonioni de “L’avventura” al pastiche alla Michel Gondry, da “Léon” di Luc Besson al film italiano di genere alla Dario Argento, Mario Bava e Lucio Fulci, passando per i videoclip internazionali di Spike Jonze e Romain Gavras e le composizioni simmetriche di Hitchcock o l’immaginario sfrenato del cinema d’animazione giapponese.
Per il collettivo, tutto ebbe inizio nel 2013 e dal cosiddetto “Prefunerale di Luigi Virgillito”: «Erano gli anni dei prediciottesimi, qualcuno li ricorda? – domanda, ridendo, Zavvo Nicolosi – Erano quei video in cui i ragazzini di diciassette anni dicevano “addio” all’essere minorenni per entrare nella maggiore età, una moda che trovavamo insulsa e oscena». Giravano tantissimo, i più famosi sono addirittura diventati dei cult del trash, e non potevano non attirare la parodia più estrema. Furono proprio i Ground’s Oranges a firmarla: «Il “Prefunerale” fu una nostra invenzione che girammo con Luigi Virgillito (scomparso prematuramente nel 2020, ndr.), come i neodiciottenni salutavano, in qualche modo, l’adolescenza, immaginammo un signore vivo che prima di passare a miglior vita decide di farsi riprendere in giro per il suo paese in pose che lo mostrino figo. Fu una cosa surreale, divertente, anche se trovare qualcuno non scaramantico, disposto a recitare nella parte del “futuro morto” non fu semplice».
Ma quell’irriverenza e l’aria volutamente provocatoria di una regia inusuale, al contempo allucinata e ordinata, servirono a dettare le linee guida per tutto quello che, a firma Ground’s Oranges, sarebbe arrivato dopo. «Ci chiamò Lorenzo Urciullo, cioè Colapesce, che quando registrò il suo secondo album, “Egomostro”, ci chiese di dirigere il videoclip del singolo di lancio del disco, “Maledetti italiani”, e poi, subito dopo, “L’altra guancia” (girato completamente in bianco e nero in un mondo che sembra quello di Antonioni e Ingmar Bergman, ma è la Sicilia rurale nella costa siracusana, ndr.)».
“Maledetti italiani” li fece notare con la nomination al premio Pivi (Premio Italiano Videoclip Indipendente) 2015, e rinsaldò il legame della squadra con Colapesce. Con lui, nel 2018, sempre i Ground’s Oranges firmarono il videoclip di “Maometto a Milano”, con cui vinsero il premio Pivi come miglior video dell’anno, e di “Sospesi”, in cui fecero recitare Valentina Lodovini al fianco del caratterista Franco Mudanò. In “Maometto a Milano”, l’entroterra montano fra Nicolosi e Centuripe divenne set per una storia ambientata a cavallo tra Afghanistan e Siria, nel mondo del terrorismo islamico, ricreato in ruderi abbandonati e campagne desertiche. Quel video, insieme al precedente (“Totale”, sempre di Colapesce), cambiò tutto e portò il collettivo agli occhi attenti di Gazzelle, degli Zen Circus (che di lì a poco girarono con i Ground’s Oranges “Il mondo come lo vorrei”), dei Baustelle.
«E questo nonostante a Roma o a Milano ci siano un sacco di colleghi in giro – dice Zavvo Nicolosi – . In Sicilia è più raro che ti chiamino dal continente, rispetto a qualcuno che sta già lì. Però forse la lontananza dai giri più grandi ci ha facilitato in alcune cose, ci lascia influenzare meno dalle mode principali che nelle grandi città tendono a uniformare tutto. Tutti in quel momento erano bloccati su un determinato genere di videoclip, che a noi invece non piaceva. Abbiamo sempre cercato di rendere ogni video un lavoro a sé stante, senza inserire nulla di ricorrente. Ci sono i nostri marchi di fabbrica, ma spero non sembrino tutti uguali: i paesaggi, le stranezze, le architetture. Abbiamo cercato di fare come si faceva nel cinema italiano degli anni Sessanta o Settanta, quando per girare un western non potevi finire negli Stati Uniti e venivano fuori comunque bei lavori girati nelle cave vicino Latina, in Abruzzo o, quando avevi un po’ di budget in più, in Spagna».
Nel 2021 è ancora la volta del Pivi al miglior video con la hit “Musica leggerissima”, sempre di Colapesce e Dimartino, classificatisi quarti al festival di Sanremo di quell’anno. «Girammo a Floridia, a Catania e a Solarino – dice Nicolosi – che fra l’altro è il paese in cui è nato Colapesce. “Musica leggerissima” esplose con milioni di visualizzazioni online, ci contattarono da duemila riviste diverse per parlarne. Un video così, per una canzone di Sanremo, non l’aveva mai visto nessuno.
C’erano le architetture più strane e surreali che avevamo beccato in giro per l’hinterland siracusano, i colori sgargianti di un cimitero siciliano, una casa alla Frank Lloyd Wright nel bel mezzo della campagna catanese. Arrivammo al festival da “underdog”, da estranei. Le case discografiche si sono ritrovati quel videoclip tra le mani e all’inizio non si aspettavano una cosa del genere, ovviamente in senso positivo». Di certo c’è che i Ground’s Oranges tutto s’aspettavano meno che essere chiamati, alla luce di quel lavoro, per girare un film, l’on-the-road di Colapesce e Dimartino intitolato “La primavera della mia vita”, uscito nel 2023, subito dopo il festival di Sanremo di quell’anno.
«È un film che non c’entra nulla – dice Nicolosi – con i film fatti in Sicilia. Abbiamo girato in tre province diverse, fra Siracusa, Catania e Palermo. Siamo stati nelle catacombe di Ortigia, sotto la chiesa del Duomo, ricreandoci dentro una grotta di giganti. Vicino Palazzolo Acreide abbiamo trovato un ponte bellissimo, il ponte di Sant’Alfano, e l’abbiamo voluto includere a tutti i costi.
Lì vicino, nelle campagne in direzione di Rosolini, individuammo un mandorleto che abbiamo dovuto scenografare da zero mettendo sui rami un fiore alla volta. Volevamo raccontare una Sicilia quasi alla Wes Anderson, da “Paris, Texas” di Wim Wenders, o “True Stories” di David Byrne, da un punto di vista estetico, che però nel linguaggio doveva richiamare i personaggi immobili, che danno risposte dopo mezz’ora, tipici del cinema di Aki Kaurismaki. L’impianto era teatrale, quasi statico, anche per andare in contrasto con quello che normalmente succede con i personaggi siciliani, che risultano frenetici. Colapesce e Dimartino, in quel film, sono invece quasi impassibili, gli altri li inondano di parole e loro quasi le subiscono».
Se dopo le vittorie al Pivi sui Ground’s Oranges erano arrivati gli occhi dei nomi più grossi della scena musicale indipendente italiana, dopo il film non potevano che arrivare le attenzioni di nomi ancora più noti: «Max Gazzè ed Ermal Meta ci hanno chiamato per due loro singoli, “Riviera” e “Mediterraneo”. Con loro, e con tutti quelli a venire, abbiamo girato anche con un nuovo assetto, che vede nel gruppo, insieme a me, un altro regista, Giovanni Tomaselli. Per me Giovanni è stato subito un plus, anche se siamo due galli nello stesso pollaio funzioniamo benissimo. Da “Splash” (l’ultimo video firmato per Colapesce e Dimartino, ndr.) in poi c’è sempre stato lui con noi.
Insieme abbiamo girato tanto, e abbiamo raccontato visivamente il nuovo disco di Carmen Consoli, l’ultimo di Anna Castiglia, esplosa proprio in questi anni (miglior opera prima alle Targhe Tengo 2025, ndr.), e poi appunto Gazzè ed Ermal Meta. Per Gazzè, che cantava questo brano chiamato “Riviera”, raccontando la riviera romagnola, siamo andati nella nostra, di riviera, quella di Giardini Naxos. Abbiamo girato fra le discoteche abbandonate d’inverno, il Marabù o altri locali che hanno l’aria malinconica dei posti in decadenza.
Per Ermal Meta, che cantava “Mediterraneo”, per le riprese la casa discografica aveva messo in ballo o la Puglia o la Sicilia. Abbiamo vinto noi perché forse avevamo dalla nostra un’estetica più ricercata». Dopo il film, e dopo i videoclip che sono riusciti a imporre in Italia la loro visione volutamente periferica, i Ground’s Oranges adesso «fanno quello che vogliono». «Abbiamo girato il primo video di Marco Castello (l’autore di “Beddu”, ndr.) quando era un esordiente, di lì a poco esplose.
L’anno scorso abbiamo girato i video di Laila Al Habash, cantautrice di origine palestinese, e poi degli spot per il Comune di Catania, con Industria01, Katania Studio e Stefano D’Anna. Lavoriamo solo con gente – dice Zavvo Nicolosi – che ci va a genio, con cui possiamo tirare fuori qualcosa di non visto e d’interessante. Questa è la base. Io sto continuando con il mio secondo film, portando avanti più storie contemporaneamente. Se incontro qualcosa di divertente mi fermo, giro e ritorno al film subito dopo. Il problema, su quel fronte, è che il cinema italiano non osa mai, ha smesso di parlare a generazioni diverse da quella che va dai 45-50 anni ai 70»

