Ludum-Science Center Catania, Pagina Facebook, 14 IX 2026
QUANDO L’ ETNA…
L’Etna gode di una reputazione particolare: è considerato un vulcano quasi buono.
Le sue colate sono generalmente lente, si possono osservare, fotografare e qualche volta perfino avvicinare; possono distruggere case, strade e campagne, ma normalmente lasciano agli uomini il tempo di scappare.
Da qui nasce un equivoco: l’Etna può fare male alle cose, difficilmente alle persone.
Il 12 settembre 1979 quell’equivoco finì alle 17:47.
Gli anni Settanta furono agitatissimi per la Muntagna.
Poche settimane prima un’eruzione aveva seriamente minacciato Fornazzo e il giovane Cratere di Sud-Est aveva prodotto violenti episodi esplosivi.
Eppure allora il rapporto con il vulcano era assai diverso da quello odierno: si saliva quasi dappertutto, i fuoristrada portavano i turisti in quota, si andava a “vedere la lava” quasi fosse uno spettacolo e c’era persino chi prelevava materiale ancora incandescente per farne portacenere e souvenir.
Il pericolo esisteva, naturalmente; erano soprattutto le regole a comportarsi come se non esistesse.
Quel pomeriggio circa 150 persone si trovavano nella zona della Bocca Nuova, molte vicinissime al cratere. Alle 17:47 avvenne l’esplosione.
Non fu una grande eruzione, non arrivò una colata e non venne emesso magma nuovo: un’improvvisa esplosione di vapore scagliò cenere e vecchi blocchi di lava, alcuni grandi diversi metri, entro un raggio di circa 400 metri.
Alcuni massi pesavano tonnellate e ricadevano a velocità stimate fino a 50 metri al secondo, circa 180 chilometri orari. Per capire cosa significhi basta immaginare la velocità di un’automobile lanciata in autostrada e sostituirla con un blocco di basalto che arriva dal cielo.
Cominciò la fuga. Turisti e guide cercarono di raggiungere i fuoristrada parcheggiati più in basso, mentre i massi cadevano tutt’intorno e colpivano persino alcuni mezzi.
Quando tutto terminò, nove persone erano morte e 23 erano rimaste ferite: Mario Artizzu, Armando Corrado, Gabriella Barba, Maria Luisa Barlesio, Giovanni Bragone, Riccardo Colombino, Salvatore Frontespezi, Giuseppina Scafidi e Lanfranco Manfrin erano saliti sull’Etna per una gita e non tornarono più.
Qualche avvertimento, a dire il vero, c’era stato. Il 2 settembre un crollo aveva interessato la parete interna della Bocca Nuova, nei giorni successivi dal cratere erano usciti vistosi pennacchi di vapore e quella stessa mattina alcuni vulcanologi britannici avevano registrato un forte tremore vulcanico, interpretandolo come possibile precursore di una ripresa dell’attività.
Poi il tremore cessò. Questo non significa che qualcuno potesse prevedere che alle 17:47 la Bocca Nuova sarebbe esplosa: i vulcani non funzionano come gli orologi e i precursori non sono orari di partenza.
L’esperienza, però, serve proprio quando la previsione esatta non è possibile: un conto è non sapere se e quando avverrà un’esplosione, un altro è sapere che ci sono segnali di attività e portare comunque centinaia di persone sull’orlo di un cratere attivo.
Quella differenza finì davanti ai giudici. Il tribunale ritenne l’evento prevedibile sotto il profilo della gestione del rischio e furono condannati a diciotto mesi con la condizionale l’allora sindaco di Nicolosi Ascenzio Borzì, i due amministratori della SITAS Gregorio Barbagallo e Gioacchino Russo e sei guide dell’Etna: Alfio Ponte, Alfio Mazzaglia, Orazio Di Gregorio, Gaetano Tomaselli, Alfio Carbonaro e Antonio Nicoloso. Nella successiva vicenda dei risarcimenti furono coinvolti anche il Ministero dell’Interno e la società che gestiva il trasporto turistico.
I vulcani non uccidono: fanno i vulcani. Non hanno intenzioni, cattiveria o pietà, non sanno che sulla loro cima ci sono uomini e non modificano il proprio comportamento perché qualcuno ha comprato un biglietto per andarli a vedere. Siamo noi a conoscere il pericolo, stabilire fin dove possiamo avvicinarci e decidere quale rischio sia accettabile. La natura aveva fatto semplicemente ciò che la natura può fare; ai tribunali rimase da stabilire se gli uomini avessero fatto ciò che dovevano.
Da quella tragedia il rapporto con le zone sommitali cambiò progressivamente: limitazioni, ordinanze, controlli, guide specializzate e una concezione molto diversa della sicurezza.
L’esplosione espulse appena qualche centinaio di metri cubi di materiale, quasi nulla per un gigante che in migliaia di anni ha costruito una montagna alta più di tremila metri. Per l’Etna il 12 settembre 1979 fu un episodio minuscolo.
Per nove famiglie fu tutto.
E forse è questa la vera lezione di quel giorno: l’Etna non aveva dimenticato di essere un vulcano. Eravamo stati noi, per un momento, a dimenticarlo.
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Fonti: Boris Behncke, Una tragica estate. L’eruzione dell’Etna del 1979, INGVvulcani; Smithsonian Institution, Global Volcanism Program, Volcanic Activity Report on Etna – September 1979; J.E. Guest, J.B. Murray, C.R.J. Kilburn, R.M.C. Lopes, P. Fidczuk, An eyewitness account of the Bocca Nuova explosion of 12 September 1979; G. Kieffer, L’explosion meurtrière du 12 septembre 1979 de l’Etna; R. Romano, C. Sturiale, Etna, Bulletin of Volcanic Eruptions, 1981; Il Vulcanico, Etna, 12 settembre 1979, morte e dolore

