Francesco Finocchiaro, Corriere Etneo, 29 III 2026
Paternò, il fruscio sotto le foglie: segnali di una città che cambia
Si muovono i primi passi. Piccoli segnali di risveglio. Emergono come fili d’erba a primavera, iniziative di resilienza e restanza, propositi di rinascenza. Le segreterie politiche sono impegnate a guardarsi dentro. Le opposizioni – consiliari ed extra consiliari – tentano di trovare un nuovo passo, una direzione, ma è un momento difficile, tutto è indefinito. Rinnovare o conservare? Cosa possiamo salvare dall’esperienza politica recente, travolta da uno scioglimento per mafia che riguarda tutti, non solo la politica. Bisogna essere onesti, tutta la comunità ha contribuito a questo degrado sociale e culturale: con i silenzi, gli accomodamenti, le complicità. Lamentarsi da dietro la finestra non era la cosa giusta.
Ma serve un orizzonte nuovo. È il tempo di raccogliere le idee, di sostenere le iniziative, quelle che riaccendono il senso di comunità. Ma per farlo si devono destrutturare le vecchie logiche, ricostruire nuove relazioni, azzerare quelle formule che non sono state inclusive ma divisive. La società paternese è inquinata e contaminata. Fare finta di niente è inutile. Sventolare bellezza come se nulla fosse accaduto è furbizia. Paternò è piena di tossine che arrivano dal passato anche quello più recente. Anche se è comprensibile – per alcuni immortali – il tentativo di galleggiare in questa tempesta.
Le analisi sono necessarie e le autoassoluzioni sono fuorvianti. Dopo un terremoto come quello di questi anni, tutti si sentono assolti. Tutti erano dalla parte giusta. Molti bramano di tornare in pista come prima. Le analisi non servono per condannare ma per capire dove abbiamo sbagliato, per cambiare il tiro. Per molti non è facile, perché non hanno altri modelli a cui attingere. Ma sentiamo il fruscio, sotto le foglie, di corpi che si muovono per tentare di sopravvivere ancora.
Il quadro attuale è complesso. Le segreterie politiche sono impegnate in altro, la città non è una priorità. La società civile è anestetizzata, silente, depressa. Babbani e replicanti tentano di restaurarsi con nuovi avatar. La gente comune non riesce a cogliere le differenze tra prima e dopo, anzi, percepisce un certo malessere che non riesce a decifrare. Le risorse sane e pulite della città sembrano sparite, emigrate, rinchiuse nelle sale della torre Normanna. Qualcuno cerca ancora il Messia e l’Arcangelo Gabriele per l’Annunciazione. Eppure, qualcosa si muove.
Il processo di rinormalizzazione è lento ma evidente. Non è facile, nemmeno scontato. Ma deve essere incoraggiato. Oggi più che mai serve un tavolo condiviso di nuove energie che possano definire un piano di rigenerazione per i prossimi anni. Un tavolo aperto e itinerante, trasversale e laico. Implementabile e disponibile per definire nuovi modelli e strategie, attraverso narrazioni innovative, che ci svincolano da quelle ormai obsolete. Al centro deve esserci sempre l’utilità per la comunità, e l’individuazione di quei contributi che possono essere utilizzati per risalire la china.
Sembrano parole difficili o teoriche. Ma le azioni sul campo, quelle che potrebbero essere risolutive, passano da questo paradigma, dalla necessità di dare valore etico e morale alle scelte e ai processi. La città deve interrogarsi sui temi più emergenti: la manutenzione del patrimonio comunale, le strategie di rilancio, la gestione delle risorse energetiche, le politiche sociali e culturali, i grandi progetti urbani, compreso le riconnessioni alla scala geografica e politica.
Non servono ricette magiche e nemmeno esorcismi. Serve come abbiamo sempre detto un piano, il più condiviso possibile. Un piano che tenga conto delle complessità. Una carta, un manifesto, un patto che sia la rotta da seguire, nel rispetto delle diversità. Non una visione omologante ma una strategia dinamica, che valorizzi ogni voce, esaltandone i valori, senza incastrare tutto in una rete effimera. La politica dovrebbe facilitare questo processo in questa fase, ascoltando e registrandone i risultati. Non contrapponendo editti e censure. Facilitare e sostenere.
È ovviamente una fase di incubazione, di metamorfosi, di sottrazione e addizione. Caratterizzata dalla funzione “ascolto”. Dalla tensione verso la raccolta di progetti, idee, anche dissonanti. E basterebbe creare uno spazio neutrale di sedimentazione, che archivia e rende disponibile le nuove direttrici. Concentrarsi sulle possibili candidature, sulle figure iconiche da richiamare alle armi, sulla ricerca di maghetti e streghette, serve pochissimo e sposta l’attenzione nei personalismi, invece che nei contenuti.
C’è una stagione politica e culturale emozionante che ci aspetta e la nostra gioventù è pronta a salpare. Quei trentenni e quarantenni che scaldano i motori in ogni campo, da destra a sinistra passando per i moderati di centro. Non roviniamo questo tempo di rinascenza, non appesantiamo questo percorso con quelle eredità scomode che non hanno creato nulla di buono. Questo non significa rinunciare all’esperienza, alla storia, ma canalizzarla verso modelli di governo più moderni. Sono tanti i bocciati nella politica – anche quelli che per anni non hanno mosso un dito – che sperano nel ripescaggio: tempo scaduto.
I giovani (non solo) ascoltano un nuovo podcast, Radio Paternò. Non è l’unica novità in città ma è una novità. Una modalità d’ascolto trasversale che sta esplorando un campo sconosciuto, bisogna avere pazienza. Servirebbero altri centri di ascolto, anche con altre modalità. La parola d’ordine è ascoltare la gente, per progettare il futuro. Speriamo bene.

