Enzo Pranzini*, Il Manifesto, 5 II 2026
IL CICLONE HARRY E L’INCOSCIENZA DELLA RICOSTRUZIONE
Il giorno dopo il passaggio del ciclone Xintia, che nel 2010 portò distruzione sulla costa atlantica della Francia, la parola d’ordine fu «arretramento». Il giorno dopo il passaggio del ciclone Harry, che ha portato distruzione sulla costa ionica della Sicilia, la parola d’ordine è stata «ricostruzione». Lo Stato francese fece demolire circa 1500 case poste in aree a rischio, indennizzando gli abitanti che poterono trasferirsi in luoghi più sicuri. Lo Stato italiano e la Regione Siciliana promettono un miliardo di euro, destinati a crescere, per la ricostruzione di case sul mare, passeggiate, ristoranti e stabilimenti balneari. Molte di queste strutture, già attaccate dalle onde nel passato, erano state difese da scogliere solo pochi anni fa, e in alcuni casi i lavori si erano conclusi la scorsa estate.
L’erosione cronica di questa costa non aveva scoraggiato la cementificazione del litorale, tanto che fra Sant’Alessio Siculo e Alì Terme si estende una città lineare lunga 14 km e larga, in molti tratti, poco più di 100 m. La documentazione raccolta dall’Osservatorio erosione costiera Legambiente Nebrodi mostra che, ancora all’inizio degli anni ’50, questo territorio era in gran parte disabitato. Non solo sono state spianate le dune per costruire case e strade sul bordo del mare, ma la stessa spiaggia è stata occupata da parcheggi e lungomari, nonché da innumerevoli stabilimenti balneari, bar e ristoranti di cui oggi si piange la distruzione da parte di un mare maligno.
Alla statale Catania – Messina, che correva all’interno, si sono aggiunte strade che si sviluppano in frangia al mare per favorire uno sviluppo edilizio reso possibile da norme urbanistiche piegate al servizio di costruttori e speculatori. Tutto disattendendo un’ottima legge regionale del 1976, quindi addirittura precedente la Galasso del 1985, che vietava le costruzioni entro una fascia di 150 metri dalla riva, pur con limitate eccezioni … che successivamente si sono estese a dismisura.
Una costa che già era stata sconvolta dalla costruzione della ferrovia, anch’essa ora interrotta per gli effetti della tempesta, si è trovata estremamente fragile davanti ad un evento meteo marino che, se poteva essere definito «estremo» fino al 20 gennaio 2026, è oggi da classificare come assai probabile.
E proprio Harry ha tracciato quella che potrebbe essere la linea minimale di arretramento strategico che i pianificatori del territorio non hanno mai avuto il coraggio definire, e che può essere sintetizzata nel semplice concetto che quanto è stato distrutto non deve essere ricostruito nello stesso punto.
La delocalizzazione potrà avere un costo maggiore della ricostruzione, ma potrà conferire alla fascia costiera un nuovo assetto resiliente alle variazioni climatiche, in modo da non scaricare sulle generazioni future i costi di una difesa che si farà sempre più insostenibile. Ma ancor più dei miliardi di euro, saranno la partecipazione convinta e consapevole delle popolazioni coinvolte, il coraggio e la fantasia progettuale dei pianificatori e l’abbandono da parte della politica delle logiche clientelari che renderanno possibile questa trasformazione.
Invece si pensa già a ricostruire e si chiedono nuove difese costiere, come quelle che non hanno retto al primo assalto di un ciclone che è solo un’avvisaglia di quello che il riscaldamento globale ci porterà nei prossimi anni. Ecco che i sindaci dei comuni che si affacciano sulla costa da Taormina a Capo Scaletta chiedono una scogliera sommersa lunga 25 km, forse nella speranza di entrare nel Guinness dei primati. Una difesa non molto diversa da quelle da poco realizzate, costate decine di milioni di euro, e che non sono state in grado di difendere gli insediamenti costieri dalla furia di Harry.
E dovrebbe essere anche l’occasione per un completo spostamento all’interno di quella linea ferroviaria che con la sua costruzione vicino al mare è stata fra le prime cause dell’erosione, che ha occupato terreni di estremo valore ambientale e economico, e che per lunghi tratti impedisce l’accesso al mare. Oltre 22 km della ferrovia che corre lungo la costa ionica distano meno di 100 m dalla linea di riva, e in molti tratti il rilevato giace direttamente sulla spiaggia protetto dalle scogliere; e le interruzioni del traffico non sono una novità portata da Harry, perché molte ve ne erano già state dalla prima che si ricordi del 1942.
Dopo la lezione che ci ha dato Harry, limitarsi a riparare i danni lasciando il territorio esposto come lo era prima (e le opere di difesa hanno dimostrato di essere solo dei palliativi nei confronti del cambiamento climatico) è quanto di meno lungimirante possa essere fatto. Se verranno attuati piani di arretramento strategico, anche graduali, tali che la popolazione e le infrastrutture non siano più esposte a simili catastrofi, le spese fatte, certamente superiori a qualche miliardo di euro, si riveleranno essere state ottimi investimenti per il futuro.
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(*) Già professore ordinario presso l’Università di Firenze, dove ora insegna “Dinamica e difesa dei litorali”, è autore di circa 300 articoli scientifici e di 15 libri su tematiche relative alla gestione dei litorali. Ha coordinato numerosi progetti di ricerca nazionali e internazionali su tematiche relative alla gestione integrata della zona costiera. È stato presidente del Gruppo Nazionale per la Ricerca sull’Ambiente Costiero ed è direttore della rivista “Studi costieri”.
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Interessante anche lo scambio di opinioni tra un lettore e l’Osservatorio sull’erosione delle spiagge della provincia di Messina di Legambiente (NdS):
Francesco Falcone
Se non conoscete il territorio è forse meglio tacere. Arretrare di qualche centinaio di metri significherebbe annientamento dei paesi costieri, intrappolati tra colline, strade ferrate ed autostrada. E di grazia, dove sarebbero ricollocati gli abitanti, in pianura padana, ma soprattutto a che costi? Giusto ripensare ai vincoli, ma ciò che esiste, e non esiste da ieri ma da diverse centinaia di anni, compresa l’ identità, non può essere cancellata con uno schiocco di dita. Sarebbe come dire che Firenze dopo l’alluvione avrebbe dovuto essere spostata dall’Arno di qualche centinaio di metri. Suvvia, un po’ più di realismo e magari un po’ meno accademia.
Erosione Spiagge
Gentile sig. Falcone, quello che si propone è un adattamento soprattutto di quelle infrastrutture invasive che occupano aree dell’arenile e che sono una concausa dell’erosione della spiaggia. In primis occorre evitare ampliamenti dei lungomari esistenti e tutelare le ultime aree costiere ancora libere da opere antropiche (per non ripetere gli errori del passato). Concretamente si tratta eliminare, da subito, tutte quelle opere non indispensabili, come le piazzole belvedere, parcheggi ecc., che si sporgono ancora di più sui litorali provocando l’effetto riflettente ed impedendo ai sedimenti di stabilizzarsi e riformare le spiagge.
Invece, ad esempio a S. Alessio, il nuovo progetto di RFI prevede la realizzazione sulla spiaggia di 5 nuove piazzette chiamate “aree filtro” (dimensioni di 25 m di lunghezza e 5 m di profondità): quello di S. Alessio lo chiamano “ripascimento” ma in realtà si tratta di un “riempimento”, di un avanzamento della linea di costa di circa 50 metri verso il mare, realizzato con gli inerti proveniente dagli scavi delle nuove gallerie del raddoppio ferroviario. Su questo progetto ci ritorneremo.
Evitare un irrigidimento delle linea di costa con interventi cosiddetti di “difesa” rigida non pianificati su un’area vasta al fine di evitare che se si interviene a S. Alessio non faccia danno a Santa Teresa di Riva, cosa che è già avvenuta lo scorso anno con il crollo di 140 metri di strada lungomare e che si verifica in quasi tutti i litorali (vedi più a nord, dove dopo la costruzione di una barriera sommersa a Santa Margherita il blocco dei sedimenti ha provocato un disastro nella località adiacente di Galati Marina.
Così come è necessario un ripensamento della viabilità costiera: ricondurre alla loro funzione di passeggiata lungomare le strade tangenziali in frangia alla spiaggia. Occorre da subito pianificare una nuova viabilità a monte integrandola con quella principale già esistente. Quindi, o iniziamo a fare queste cose pianificandole per tempo, oppure domani saremo costretti a farlo di corsa perchè ce lo imporranno i cambiamenti climatici ed il ciclone Harry ci dice proprio questo.
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Nell’immagine in alto: G. Courbet, “Mare in tempesta”, olio su tela, 1869 (Nota dello Studio).

