Francesco Finocchiaro, Corriere Etneo, 8 III 2026
ETNAPOLIS E LA SFIDA DELLA METRO: UN NUOVO BARICENTRO CHE RISCHIA DI SVUOTARE LE CITTA’ STORICHE
Gallerie coperte che accolgono ogni possibile attività: negozi, bar, spazi per il gioco e la sosta. Attrezzati per ogni esigenza. Comodi, climatizzati, sicuri. Dentro le gallerie commerciali si può trovare di tutto: anche i ristoranti, le sale gioco, il tabaccaio, la palestra; e fuori la piazza, il viale alberato, lo spazio per gli animali domestici e i campi per lo sport.
Etnapolis è tutto questo e forse anche altro, se pensiamo alla nuova stazione della metropolitana che collegherà il più importante centro commerciale etneo con tutta l’area metropolitana. All’interno di questo piccolo centro urbano artificiale si balla, si canta, si prega la domenica. Le famiglie, gli amici, i giovani, tutti noi siamo coinvolti in un’esperienza di urbanità commerciale, culturale e sociale. Non è necessario comprare ma esserci, far parte di quel mondo pieno di luci e tepore (o frescura), passeggiando su e giù, sopra e sotto, per scoprire mercanzie, chiusure e aperture di nuovi negozi, partecipare tutti insieme alla liturgia dell’abitare.
Il baricentro commerciale dell’area etnea
Il centro commerciale Etnapolis, come tanti altri (forse un po’ meno), offre la comodità del parcheggio ovunque, sotto e sopra il cuore pulsante della galleria. Parco, parcheggio, città: tutto in un unico spazio, connesso al territorio, come baricentro geografico di altre piccole comunità (Paternò, Belpasso, Motta Sant’Anastasia) che diventano i suoi satelliti, le sue periferie, le sue aree residenziali. Centri che perdono ogni giorno qualcosa, sempre di più.
Qualche anno fa, diciamo nel 2010, nella rivista Uruk esponevo la necessità di riflettere su questo modello: quello di un centro commerciale che stava diventando il cuore di una nuova città, le cui periferie erano storiche e il cui centro era privo di memoria. Un centro che da non luogo stava diventando un luogo, per citare Marc Augé. Un centro nato sulle ceneri di Fenice Moncada (sfortunata esperienza post eruzione lavica del 1669), lungo l’antica via Fabaria che collegava Agrigento con Messina, passando da Motta Sant’Anastasia verso Paternò. Se vogliamo dare una dignità storica a Etnapolis, dobbiamo attingere a quel tentativo di urbanesimo che i Moncada tentarono per pochi decenni, prima di essere spazzati via dal terremoto del 1693.
Il rischio per le città storiche
Oggi la domanda è: che fine faranno le città storiche? Svuotate dalle funzioni commerciali, dalla vivacità sociale, prive di competitività culturale. In questa logica evolutiva, che vede il potenziamento di Etnapolis sul piano dell’offerta commerciale grazie alla nuova stazione della metropolitana – organica e integrata – è possibile che il sistema includa anche città come Catania e Misterbianco, iniziando un lento processo di svuotamento progressivo verso un nuovo baricentro. Sappiamo bene che le città si trasformano spesso non per un preciso disegno governativo ma per una necessità commerciale. Le città cambiano forma e spessore in funzione delle scelte delle lobby commerciali che si espandono o si contraggono in funzione delle leggi di mercato.
È per questo motivo che le città storiche devono ritrovare un nuovo senso. Devono riconsiderare il loro ruolo. Devono puntare sulla qualità dei servizi infrastrutturali della mobilità, sulla possibilità di offrire qualcosa di necessario come la sanità, la formazione, la cultura e soprattutto la storia. Devono essere incubatori di innovazione e produzione, devono essere luoghi confortevoli e accessibili. Ma devono anche essere funzionali al commercio di qualità e alla ricettività, pensando alla città dei 15 minuti (ogni servizio raggiungibile a piedi in 15 minuti).
Per farla breve, bisogna ripensare le città, rimettere mano al disegno urbano, andando oltre il limite amministrativo urbano e pensando a un piano territoriale che includa le tre città: Paternò, Belpasso e Motta Sant’Anastasia, senza dimenticare a nord Ragalna, a ovest Santa Maria di Licodia e a est Misterbianco e Catania. La metropolitana stravolgerà le gerarchie attuali, modificherà il modello fino ad oggi conosciuto. Anche Catania dovrà prendere atto che il suo confine sarà vaporizzato e che le sue scelte hanno profonde ricadute sull’intera area etnea sud.
Cambieranno i parametri sulla sicurezza e sull’offerta. Già oggi molti studenti delle scuole superiori sono attratti dalle scuole che operano a Catania e questo significa che la competitività sarà il tema dei prossimi decenni. Cosa offriranno le scuole agli studenti, considerando che saranno accessibili lungo la linea metropolitana? Le università delocalizzeranno? Oppure si assisterà a un processo di obesità urbana nel centro di Catania?
Ripensare il ruolo delle città
Ripensare il territorio non può prescindere dalla consapevolezza che tutto sta cambiando e che oggi Etnapolis è uno dei baricentri più attrattivi (come altri centri commerciali, come quelli di San Giovanni La Punta) che stanno modificando radicalmente il tessuto economico, sociale e culturale delle città tradizionali e storiche. Ed è proprio la componente storica che andrebbe potenziata e migliorata in termini di offerta, perché il rischio è che queste città periferiche diventino aree archeologiche nel giro di pochi decenni o, peggio ancora, dormitori per le classi meno agiate.
Il rischio reale è la desertificazione commerciale che rappresenta il primo segno della necrosi urbana per le città satelliti, che registrano ogni giorno una luce in più che si spegne anche lungo le strade più storiche. Ripartire dal potenziamento dell’offerta culturale come riaprire musei, pinacoteche, biblioteche (anche la sera), sale cinema ecc. potrebbe essere una strategia efficace, ma serve un piano complessivo e condiviso tra gli attori delle città. Senza dimenticare la necessità di operare sul piano della qualità abitativa residenziale e l’attivazione di distretti commerciali di prossimità potenziando la rete della mobilità pubblica urbana.

